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Progetto "Colletta di Castelbianco": riscoprire il senso del luogo nell'era del villaggio globale

di Valerio Saggini 14.11.1994 17:00

Oltre le categorie di "urbano" e "rurale"


La decisione di telematizzare Colletta di Castelbianco rappresenta il risultato di una approfondita riflessione su una pluralità di tematiche come il recupero ed il riuso degli antichi insediamenti rurali, il traffico ipertrofico che affligge le aree metropolitane e l'alienazione che ne deriva, l'inquinamento ambientale, l'avvento della società dell'informazione, per non citarne che alcune. Tematiche apparentemente distanti ma tutte in qualche modo riferibili al problema della qualità della vita nella società post-industriale.

La città e la campagna


Se da quelle alte balze rocciose noi contemplavamo le città erette dall'uomo per suo albergo e conforto, per viverci e adorarvi gli dèi, gli evi si confondevano l'un l'altro ai nostri sguardi, e quasi uscendo dai sepolcri aperti, i morti invisibilmente si radunavano attorno a noi. Essi, i morti, sono sempre a noi vicini, quando il nostro sguardo si posa pieno d'amore su paesi edificati in antiche età; e come l'opera loro prosegue a vivere in quelle pietre e nel solco dei campi, così il loro spirito alia fedelmente protettore sui paesi e sulla terra.

Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo

Colletta non è che uno dei tanti esempi, ancorché particolarmente significativo, dell'ingente patrimonio urbanistico del passato che caratterizza il nostro paese, ricco di infrastrutture minute, approntate da secoli di lavoro umano, che testimoniano del rapporto armonico ed equilibrato tra l'uomo e l'ambiente circostante che caratterizzava il mondo premoderno. E' un patrimonio di valore inestimabile, fondamentale per la salvaguardia della nostra identità storico-culturale, che purtroppo viene spesso dimenticato ed abbandonato ad un fatale degrado, o che viene profondamente alterato in un'ottica di cieco sfruttamento commerciale.

Giancarlo De Carlo ha coniato la suggestiva espressione di "sistema crostaceo" per descrivere Colletta di Castelbianco in riferimento alla particolarissima conformazione architettonica che la caratterizza. Ma di questo crostaceo da lungo tempo non rimaneva che il guscio di pietra, dal momento che gli ultimi abitanti se andarono parecchi anni fa. Come infondere nuova vita all'interno di questo guscio? Come riportare un luogo come questo nel circolo delle attività contemporanee evitando al contempo di trasformarlo in una struttura museale fine a sé stessa?

Il problema non è di facile risoluzione. Infatti, benché un insediamento rurale di piccole dimensioni possa offrire molto in termini di qualità della vita (la quiete, l'aria pura, l'acqua pulita, il cibo genuino di produzione locale, un ambiente sicuro, piacevole e a misura d'uomo, lo stretto contatto con la natura, i rapporti sociali selezionati e semplificati), esso appare profondamente sfasato ed anacronistico rispetto alla moderna metropoli sede delle attività produttive, quella metropoli dove, per usare le parole di Georg Simmel, prevale lo "spirito oggettivo", ossia la possibilità, da parte del singolo, di accumulare grandi quantità di conoscenze ed esperienze ma sempre in maniera superficiale, senza la possibilità di approfondire e di riflettere sulle informazioni acquisite e sul loro significato intrinseco. Il contesto storico, economico e sociale nei quali un villaggio come Colletta è nato è evidentemente differente da quello in cui sono nate le città moderne: ad una società rurale ed agricola si oppone una società urbana ed industriale sempre più caratterizzata da ritmi di vita frenetici e alienanti.

La perdita del tempo e dello spazio


Al momento attuale viviamo quattro volte di più di un secolo fa; ma forse viviamo quattro volte meno bene, quattro volte meno intensamente; c'è forse una svalutazione della moneta? La mobilità è l'instabile principio della vita odierna, che non ne ha quasi più altri. Vagabondaggio peculiare alla nostra epoca. Non è per la fretta che buttiamo fuori bordo, uno dopo l'altro, i lenti strumenti del passato, i cavalli, la vela, la cucina a fuoco basso, la cortesia?

Paul Morand, Elogio del riposo

"Il vero lusso, che nessuno pensa più di offrirsi, è prendersi il proprio tempo" scrive Paul Morand in "Elogio del riposo". E' un riposo fatto di raccoglimento, ritiro interiore, quello cui pensa Morand, il "permesso di essere se stessi" negato all'uomo intrappolato nei ritmi frenetici della vita cittadina. "Chi, nelle grandi città, - si chiede Morand - si prende ancora il tempo di mangiare, dormire, accompagnare i morti al cimitero a piedi? E' la velocità che sgretola e sconnette il nostro vecchio mondo; costruito su fondamenta profonde da lenti architetti, è abbandonato a impetuosi meccanici che lavorano solo in superficie".

Non vi è dubbio che sempre più la dimensione della velocità si profili come uno degli elementi principalmente caratterizzanti la società contemporanea. Secondo Gillo Dorfles "data la costante accelerazione dei nostri spostamenti e lo sganciarsi del nostro movimento da quello della natura, il movimento è divenuto, più d'ogni altro "parametro" della nostra esistenza, un elemento del tutto "innaturale", modificabile a volontà, "indeterminato", che ci cala in un tempo fittizio perchè slegato dai ritmi biologici dell'uomo e della natura.

E Dorfles denuncia un processo di "sradicamento" provocato proprio dalla velocità e dalla conseguente diminuzione dei tempi di trasporto che avrebbero portato al fenomeno del cosiddetto "neonomadismo" e a un decentramento abitativo che intaccando l'attaccamento all'abitazione - pensiamo ai quartieri dormitorio - avrebbe provocato una "perdita della memorizzazione affettiva". L'abitazione cioè avrebbe perduto quella dimensione archetipica di "luogo" di base entro le cui coordinate si svolge la nostra esistenza:

Mentre le città si diffondono a macchia d'olio, una sempre più diffusa mobilità impone sistemi di vita di costante sradicamento. Gli ultimi venti anni sono caratterizzati da migrazioni volontarie ed involontarie di proporzioni gigantesche: dall'americano che cambia residenza in media ogni tre anni, a chi, in tutto il mondo, è forzato ad abbandonare le aree interne e rurali del Paese. Questa condizione mondiale rende lo spazio sempre meno appartenente a chi lo abita. La mobilità volontaria o forzata dell'ultimo decennio porta una impronta che non è quella del muoversi dei nomadi, ma del vagare di chi si è perduto. (Franco La Cecla)
Le metropoli ed il cemento armato si espandono indefinitamente come un cancro che divora il territorio ingrossando le periferie e mangiando i villaggi e le borgate vicine: "Questo nuovo spazio 'smarginato', evaporato, è un paesaggio che alterna luoghi e fuor di luogo, place and placesness, e il cui effetto d'insieme è la caduta di ogni senso del luogo, il no sense of place". (La Cecla)

Avendo perduto il tempo abbiamo perso anche il luogo poichè non c'è luogo in assenza di tempo. Senza il tempo non abbiamo che spazi: la qualità svanisce a vantaggio della quantità. Secondo l'antropologo Marc Augé un luogo è definito dall'identità della comunità che vi risiede, dalle relazioni che intercorrono tra i suoi abitanti e dalla loro storia, mentre un nonluogo è totalmente anonimo e sordo alle esigenze di coloro che lo attraversano o lo abitano. Esso è funzionale soltanto agli interessi ed ai meccanismi economici di cui è espressione, meccanismi necessariamente produttori di omologazione e distruttori di ogni diversità e specificità (architettonica, ambientale, biologica, antropica, storica od etnica).

Trascorrere il proprio tempo all'interno di automobili, aeroplani, treni, catene alberghiere internazionali, centri commerciali, centri direzionali, e all'interno degli spazi virtuali delle autostrade dell'informazione, significa vivere costantemente all'interno di un nonluogo, mutevole ma sempre uguale a sé stesso. Significa patire una lacerazione schizofrenica tra il territorio materiale ed il territorio virtuale: il riferimento è al libro di Mike Davis "City of Quartz" laddove Davis sottolinea il processo di separazione della città: città materiale e città immateriale. Basti pensare alle città statunitensi costruite in modo da rendere impossibile camminare, parlare, fermarsi, sedersi o fare qualunque cosa differente dal guidare velocemente o starsene a casa.

Pendolarismo elettronico


Più ci votiamo alla velocità, più dobbiamo essere intimamente persuasi che essa cela un essere in riposo, e che ogni accelerazione della velocità non è che la traduzione di un'immortale lingua natale.

Ernst Jünger, L'operaio

Velocità, dunque, che trasporta, come un'ondata alluvionale, cose e persone ma anche, e sempre di più, informazioni. "La velocità è l'ultimo assoluto" scrive Paul Virilio riferendosi alle tecnologie elettroniche di telecomunicazione, tecnologie che rappresentano l'apice di quel processo di accelerazione che, cominciato con la rivoluzione dei trasporti, minaccerebbe ora, secondo l'urbanista francese, con la rivoluzione delle comunicazioni - che hanno raggiunto la velocità della luce - di farci perdere l'estensione e la durata del mondo: l'orizzonte negativo, perdita simbolica dello spazio-tempo del mondo intero.

Ma è proprio la velocità "assoluta" dei mezzi di comunicazione elettronici che può finalmente consentire una decelerazione dei ritmi di vita individuali. Nel momento in cui diventa possibile raggiungere qualunque luogo - e più luoghi contemporaneamente - sotto forma di simulacro, o doppelgänger - ed in tale veste è possibile svolgere il proprio lavoro, raccogliere informazioni, fruire servizi - la spersonalizzante condizione di vita urbana - con i suoi ritmi alienanti ed i suoi percorsi obbligati, la sua violenza livellante in quanto spoglia l'esistenza degli uomini di tutte le classi sociali di quanto vi è di più prezioso - può essere sfuggita: diventa plausibile il ritorno alla vita in piccoli centri lontani dalle aree metropolitane. In un piccolo centro è possibile riscoprire un'identità, il senso della comunità, la memoria del proprio passato, della propria cultura, della propria storia. In un piccolo centro è possibile la formazione dello spirito soggettivo - il riferimento è ancora una volta a Simmel - cioè alla capacità dell'individuo di appropriarsi dello spirito oggettivo costituito dai vasti depositi di cultura ed informazione accessibili tramite le infostrade.

Grazie alle nuove tecnologie di telecomunicazione diventa insomma possibile vivere e svolgere il proprio lavoro in aree rurali rimanendo comunque al centro del fluire degli eventi del mondo, senza doversi sottoporre a quel processo di sradicamento che è uno dei problemi fondamentali della nostra epoca. Diventa possibile riprendere confidenza con i ritmi naturali e fisiologici del tempo; con l'alternarsi del giorno e della notte ed il susseguirsi delle stagioni, con il respiro ed il battito cardiaco. Da qui la possibilità di ritrovare se stessi (l'istante che ritorna alla sua dimensione privata) e coloro che ci stanno vicini.

Il telelavoro consentirebbe così a molti individui di evitare lo stress e la perdita di tempo dovuti alla necessità di raggiungere il posto di lavoro - quel genere di movimento alienante che Paul Virilio ha denunciato e descritto in termini di annullamento e sostituzione del viaggio, secondo termine della triade tradizionale "partenza-viaggio-arrivo", da parte di "una specie d'inerzia, d'intermezzo tra la propria casa e la destinazione" che ci nega qualunque possibilità di scoperta del mondo - conducendo ad una riscoperta del "senso del luogo", al radicamento al territorio e ad una maggiore attenzione ai rapporti familiari ed amicali. In questo senso le telecomunicazioni potrebbero costituire una risposta tranquillizzante ai dubbi spesso angosciosi di quanti vedono le tecnologie avanzate come fattori di isolamento sociale.

Con la sostituzione dell'attuale pendolarismo, che costringe ad alienanti tragitti lungo "strade corridoio", a favore di un nuovo pendolarismo elettronico si potrebbe quindi ricostruire quel fragile e prezioso rapporto tra individuo, gruppo e luogo distrutto a suo tempo dall'avvento della società industriale, calandolo però in un nuovo contesto in cui le tecnologie di telecomunicazione potrebbero svolgere la funzione dell'oggetto magico ("un copricapo che trasporta in paesi lontani") che nelle fiabe analizzate dallo studioso del folclore Vladimir Propp trasferiva l'eroe dallo spazio familiare allo spazio estraneo, da un qui geograficamente e territorialmente situato ad un altrove privo di fisicità e di coordinate spazio-temporali determinate.




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